Come influisce sul vino valtellinese l’affinamento in alta quota? Esistono differenze sostanziali tra bottiglie conservate a valle e quelle che invece hanno un lungo periodo di «riposo» a quasi tremila metri di altitudine? Venerdì 5 luglio la sperimentazione avviata 14 anni fa ha avuto il suo primo momento di verifica.

Un evento unico per i nostri vini

L’evento si è svolto al Pirovano Stelvio ed è stato organizzato dalle sezioni di Lombardia e Liguria di Assoenoligi (con il vice presidente Paolo Balgera) in collaborazione con Consorzio Tutela Vini di Valtellina, Banca Popolare di Sondrio e, appunto, Pirovano Stelvio. Quella che si è svolta ai 2758 metri di altitudine del passo che collega Valtellina e Alto Adige non è stata una “semplice” degustazione, bensì un evento unico. Ai presenti – tutti esperti del settore e addetti ai lavori – sono stati sottoposte diverse bottiglie di Valtellina Superiore e Sforzato delle annate comprese tra il 2000 e il 2002. Alcune di esse provenivano dalla cantina del fondovalle della Fondazione Fojanini. Le altre avevano invece seguito il percorso di invecchiamento in alta quota, proprio allo Stelvio.

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I giudizi degli esperti

“Per alcuni calici le differenze tra il vino affinato a fondovalle e quello affinato in quota sembrano più evidenti, e la platea di degustatori si divide nell’assegnare la preferenza ad un calice piuttosto che all’altro – spiega Sara Missaglia nella recensione redatta per Ais Lombardia – Per altri non vi sono invece differenze sostanziali e in degustazione le sensazioni sono sovrapponibili. Difficile dirimere se sia meglio affinare i vini in quota o rimanere alle quote abituali”. E sulla stessa lunghezza d’onda sono i commenti anche degli altri esperti e produttori presenti, tra i quali Casimiro Maule (che era presidente del Consorzio vini quando si diede il via all’esperimento), Elia Bolandrini (Ais Sondrio), Paolo Balgera, Danilo Drocco (Nino Negri), l’attuale presidente del consorzio Aldo Rainoldi e Isabella Pelizzatti Perego (Arpepe).